Faremo la fine di Cortina?

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“Goodmorning, where is ‘Corvara il paesino di montagna?’” ospiti americani mi chiesero, qualche giorno fa, dove si trovasse ‘Corvara il paesino di montagna’.
Sono molti i turisti che mi dicono frasi come: “ma quanto si costruisce”, “non farete la fine di Cortina?!”, “tenetevi stretto il vostro patrimonio”.
Ogni territorio ad alta densità turistica, se non calibra opportunamente le scelte è destinato a subire un’involuzione. Il paese in cui si vive non è solo un luogo geografico; è un luogo della mente, un sito emotivo che diventa col tempo una parte importante della propria identità. “Il cielo, la terra ed io viviamo insieme e tutte le cose ed io formiamo un’inseparabile unità” (Chuang Tzu)
Le trasformazioni disordinate e striscianti del territorio spezzano quella straordinaria “unità” creando disagi e sensi di inconscia estraniazione.
Alla comunità residente viene a mancare il senso di appartenenza, l’interesse, il rispetto della propria cultura. Rimini, Cancun, Kerala, Sharm-El-Sheik, la costa sud della Spagna: spaventose brutture che, oltre a deturpare il paesaggio, subiscono la tragedia del far venire meno una coesione del gruppo nativo; i residenti si sentono spaesati nel proprio paese.
Eppure le alternative esistono:
In Bhutan l’accesso ai turisti è limitato, lo sviluppo viene infatti considerato un processo volto a promuovere la felicità più della crescita economica.
In Svizzera l’architetto John Caminada erige costruzioni nuove che si integrano perfettamente con quelle già esistenti; nella vicina Serfaus la più piccola città del mondo ad avere una metropolitana, non ci sono case in vendita. In vari comuni toscani esiste solo un tipo di architettura, quella locale.
Porre limiti alle fantasie imprenditoriali, educare alla conoscenza e al rispetto del patrimonio culturale, fabbricare in modo ragionato, significa costruire comportamenti fortemente connotati di senso civico, unica garanzia per una tutela condivisa. L’obbligo di un’azione di salvaguardia è un dovere della comunità intera; noi siamo parte viva del patrimonio. Siamo i custodi, non i predatori. Il cacciatore delle Alpi è passato di qua 9.000 anni fa, evidentemente di cacciare ancora non si è stancato.
Tante ottime persone a capo degli uffici competenti dovrebbero avere l’autorità di vigilare, vengono però regolarmente scavalcate da scelte clientelistiche delle giunte provinciali di questi ultimi anni. Proprio lei, la Signora Provincia, dovrebbe tutelare e guidare a una maggior consapevolezza. Ha invece alimentato le speculazioni edilizie e edificato strutture pubbliche magnum al cemento trascurando la cura e quella vigile reverenza che sarebbe stato doveroso. Ha vangato palate di soldi; ha costruito e lasciato costruire ponti sovradimensionati, cupole cupolette torrette e torricelle, masi-albergo e alberghi-rifugi dai rossi tetti e dalle tapparelle gialloviola cresta di pappagallo. Il benessere ci costringe a vivere in Disneyland natalizie di stile pornoalpino. Fossero state case chiuse avremmo avuto un successo mondiale!
Alta Badia Quo Vadis è nata per correre ai ripari e la sola istituzione di questo ente è già un grande passo. Ci affideremo alla competenza di architetti locali. Specificheranno le caratteristiche di un’architettura di montagna sulle note della nostra cultura ladina. L’architettura, come diceva Schopenauer, è musica solida!
Vogliamo salvare il salvabile e metterci in riga. Di questo proposito sono orgoglioso e uno degli ostinati promotori. Siamo appena agli inizi, e, se non ancora tranquillo, sono fiducioso perché so che c’è l’impegno e la volontà di molti. Io ci credo; nella vita e nel mondo il corso delle cose può anche cambiare.

michil costa, Alto Adige del 20.08.2009

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