Se non vi sentite, potete mandarvi una mail!

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Scena 1. Notte di capodanno. Ambiente raffinato, ricchi centrotavola, piatti stellati e nei calici vini preziosi. L’ambiente perfetto per una conversazione tra due coppie di amici che trascorrono in una località sciistica quel che dovrebbe essere il periodo più bello dell’anno. Ebbene, per gran parte della serata tutti e quattro hanno lo sguardo fisso sul telefonino.

Scena 2. Stessa serata. Qualche secondo dopo mezzanotte scorgo una coppia non più giovanissima seduta al banco-bar. Hanno entrambi gli occhi bassi. Non certo per vergogna; stanno twittando, postando, whatsappando..

Scena 3. Degli ospiti che hanno il tavolo vicino ai musicisti, mentre diverse persone ballano, si lamentano per la musica troppo alta. Sono in sei, la mezzanotte è passata da un po’, è una famiglia con due figli già grandi con le rispettive fidanzate. Non riesco a trattenermi: “Se non vi sentite, potete mandarvi una mail”. Mentre gli adulti mi guardano basiti, i giovani si stanno già attivando, o almeno è quel che penso.

Scena 4. Un personaggio famoso sale sul palco, inizia a cantare. È bravo. Ma anche non lo fosse  non importa: quel che importa è continuare a scattare foto con ipad-iphone-itablet per memorizzare digitalmente il vip con la chitarra in mano.

Scena 5. Selfie. Milioni di selfie tutti uguali. Di solito facce sorridenti che guardano in macchina. A volte penso che nella tecnologia domestica ci sia del veleno. Lo smartphone fotografa fuori e dentro di noi. L’industria non solo vende milioni di oggetti ma sparge veleno che inquina le nostre menti. Ci anestetizza e ci fa comportare tutti allo stesso modo. Questa è la vera globalizzazione. Il controllo della ragione attraverso dispositivi creati da chi vuole detenere questo controllo.

Non sopporto più la mania di vivere il mondo attraverso uno smartphone. Parli con una persona e questa tira fuori quel coso per leggere un sms. Chiedi com’è andata la giornata e ti fa vedere le foto sull’iphone. Il Sassongher imbiancato non si osserva, si guarda attraverso quei cosi, si fotografa, si spedisce ad amici e finti amici.

Pochi anni fa vedevo diverse persone leggere il quotidiano a colazione. Ora è più importante, spinti da un irrefrenabile egocentrismo, postare la foto della vacanza su facebook. È il trionfo dell’essere umano asociale che sente la necessità di un legame con il branco, ponendo però se stesso al centro dell’attenzione. È uno straripamento di personalismo. Che mette a nudo una solitudine interiore mostruosa.

Da un po’ ti tempo alle riunioni aziendali chiedo ai nostri collaboratori di munirsi di foglio e matita e di non prendere nota sui tablet, e alzare gli occhi quando l’altro parla. L’essere chini su quei congegni moderni ci farà tornare all’uomo primitivo, quando i modelli di convivenza non erano ancora stati sviluppati? La moderna sociologia sostiene che l’identità non è nel soggetto ma nella relazione. Oggi però la relazione non è più verso l’altro, quanto con il dispositivo elettronico di cui siamo dotati. Questo crea un iper-individualismo esibizionista che fa da schermo a ogni presunta relazione con il prossimo. “Postando’” crediamo di comunicare con gli altri ma stiamo solo solleticando il nostro io. E questo ci rende sempre più insensibili, spesso incapaci di vivere la realtà per quella che è o dovrebbe essere: relazione, appunto. Relazione basata su contatti, stimoli, scambi veri, concreti e che ci impongono scelte, responsabilità e ci mettono di fronte la vita vera. Non scambiata per un post.

Salendo sul Col Alto, osservavo la morbida neve su un ramo spoglio di larice e la mia mano istintivamente è andata all’interno della giacca a cercare il telefono per scattare una foto con il mio vecchio Nokia. Invece di prenderlo, mi sono soffermato a contemplare per qualche minuto quella meraviglia della natura. E ho scattato centinaia di immagini con i miei occhi. E ho introiettato quella meraviglia dentro di me. Con l’animo più sereno sono tornato indietro. Sapendo che quella serenità l’avrei trasmessa senza l’aiuto di nessun dispositivo elettronico.

Auguriamoci in questo 2016 di avere la volontà di creare insieme una migliore qualità di vita collettiva.

Michil Costa, Alto Adige, 11/01/2016

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