C’era una volta

C’era una volta

C’era una volta un paesino di montagna. Le alte cime erano guardate da chi lo abitava con rispetto e soggezione. Non erano da salire, da scalare, erano solo da ammirare. A quei tempi c’era poco da mangiare, ma per i pochi abitanti che qui si erano stabiliti era pur sempre meglio che vivere laggiù, in basso, attaccati alle paludose e malsane pianure. Le semplici case le avevano fabbricate l’una attaccata all’altra, il terreno era prezioso e non si poteva certo sprecare per costruirvi sopra solo un’abitazione. Ci si aiutava anche perché, altrimenti, non si poteva fare.

Ci fu un giorno poi che capitò un geologo, gli interessavano quelle strane rocce. Ne seguirono altri e il mero interesse scientifico lasciò spazio allo stupore, finché quei pinnacoli alpini qualcuno li chiamò Dolomiti. Arrivarono i primi sperduti turisti. I contadini si meravigliarono che le loro povere zone potessero attrarre persone agiate, ricche, che venivano da lontano, non più con gli asini o sui cavalli, ma con le auto! Le strade vennero collegate, da Bolzano a Cortina fu costruita la prima strada delle Dolomiti e un servizio pullman andava su e giù fino a Brunico. Poi la catastrofe. La prima guerra mondiale spense i sogni di una vita tranquilla. Seguirono anni difficili, duri, e un’altra guerra terribile. Fu solo negli anni Cinquanta che si videro nuovamente i foresti, e nel 1956 l’Olimpiade di Cortina fece un gran parlare di sé. Anche qui in val Badia imprenditori illuminati costruirono i primi impianti di risalita, nacquero i primi alberghi. Lo sviluppo fu graduale, costante fino agli anni Settanta. Arrivarono tedeschi, inglesi, italiani. E con loro il benessere. E ci si divertiva. I nostri genitori stavano con gli ospiti a far festa fino a notte fonda, i maestri di sci erano accompagnatori fedeli e fissi. Si diventava amici. Nel mio bel paese vi fu un proliferare di locali, alberghi, bar, perfino il cinema! Era un tempo spassoso; certo, ogni tanto era fastidioso lasciare la propria cameretta perché dovevano alloggiare i ‘sciori’, i signori. Ma tutto filava. Poi arrivarono le sovvenzioni. Una politica che spingeva sul gas dell’investire a tutti i costi e che vedeva in una sempre migliore situazione economica la panacea di tutti i mali. Il leninista Alfons Benedikter, con le sue rigide norme di tutela, fastidiosissime per gli imprenditori, lasciava il posto ai durnwalderiani rampanti, e quell’accelerazione aumentò ancora. Non era una pianificazione sostenibile, si costruiva e basta. Non si consideravano né i flussi turistici né l’impatto ambientale. Si costruiva e basta. Si lavorava come matti, bisognava produrre per far fronte ai debiti, gli ospiti diventarono clienti, i masi vennero buttati giù, i contadini lasciarono posto agli affittacamere.

Insieme alle discoteche sparì anche il tempo tranquillo del fuoristagione, e oggi nel bar del paese non si passa più il tempo con gli amici a giocare a carte. Il mio paese oggi è attraversato da uno stradone con i camion che viaggiano a settanta all’ora e in stagione sembra di essere in via Veneto, a Roma; e anche con i ‘sciori’ ci si diverte un po’ meno. Sì, siamo fortunati, ma siccome il lavoro è faticoso, si può semplificare: sfruttiamo i buchi della legge urbanistica, costruiamo un po’ di qua e un po’ di là, vendiamo le case e con qualche speculazione edilizia siamo tutto contenti. Per un po’. Chi si ferma è perduto, bisogna stare al passo, ci sono i debiti, la crescita, lo sviluppo. L’etimologia della parola economia ormai è una cosa distante, forse sconosciuta ai più. E ce la si prende con la Provincia che non elargisce anche a noi poveri albergatori badioti un po’ di pecunia. L’universalismo plurale è visto più nell’ottica di facoltosi russi che qui spendono tanti soldi, che non nell’accoglienza riservata a migranti.

C’era una volta il mio amato paese di montagna, ma questa storia non ha come epilogo un happy end, piuttosto il progetto SPRAR: i migranti a che servono, infatti? Il Comune ha deciso una volta per tutte: non li prendiamo, che ce ne facciamo di loro? Possiamo fare altrimenti. In fondo a noi cosa basta? L’ignoranza, l’egoismo, lo sperpero, l’inquinamento acustico, la miopia, ecco quello che basta.

Caro amato piccolo paese, non prendere esempio da chi le navi non le fa entrare, non essere grigio come il tempo in cui viviamo. Fai che il tuo futuro non sia solo un po’ tollerante, ma solidale. Non essere solo un po’ ospitale, ma accogliente. Io la speranza ce l’ho: fai che il tuo futuro si colori di enrosadira.

Alto Adige, 14/06/2018

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