Del rumore, del silenzio e della quiete

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Del rumore, del silenzio e della quiete

Non mi piace il silenzio. Quel che amo sono i rumori. Amo lo sbattere violento dell’acqua che si infrange sulle rocce della cascata del Pisciadù. Amo e mi riempie di meraviglia quel rigoglio lieve dell’acqua termale che dopo decenni a centinaia di metri di profondità sale dalle viscere della terra. E mi fa sobbalzare e mi incute timore il frastuono di un pezzo di dolomite che si stacca, una slavina che travolge tutto e tutti e a sempre maggiore velocità scende verso valle incurante di un amore appena sbocciato o di opere d’arte secolari. Mi rendo conto del piccolo uomo che sono quando odo quel sordido tonfo del manto nevoso che si assesta su una grande superficie mentre ci si cammina sopra. Sono rumori che fanno parte di me, che mi hanno plasmato, che mi rendono partecipe del mondo lì fuori e di quella vita vibrante che sento dentro. Dico che non mi piace il silenzio perché faccio come la volpe con l’uva, semplicemente non lo conosco. Ma credo che non mi piacerebbe. Lo sentirei opprimente, mi schiaccerebbe la testa, mi sentirei in gabbia, un insopportabile vuoto troppo pieno. Non posso però dirlo con certezza, perché il silenzio assoluto non l’ho mai vissuto. Lontano dagli esseri umani, lassù sui monti, c’è sempre un camoscio che chiama i suoi piccoli, nel bosco un ramo che si spezza, e nella vecchia casa dove abitiamo gli antichi legni scricchiolano in continuazione. Però con il passare degli anni sono diventato molto, troppo sensibile ai rumori umani. I motorini nelle città mi fanno male alle orecchie. E ancora peggio le moto che salgono i passi. E tutte quelle parole spese per giustificare le opere di distruzione del nostro paesaggio, quelle sì che colpiscono duro. Così come trovo insopportabile quando le persone parlano ad alta voce al telefono. E non è paradossale che sui treni l’altoparlante ti svegli mentre ti stai appisolando chiedendoti di moderare il tono di voce? Sono peggiorato negli anni: tutti quei bip di auto, frigoriferi, lavastoviglie, macchine del caffè e computer e il fastidiosissimo ronzio dei droni mi infastidiscono ben più di una zanzara che mi ronza attorno.
Quel che mi stupisce e rattrista è che da albergatore non riesco a fare passare il messaggio dell’importanza, almeno per me, della quiete dentro e fuori un albergo. Non sto parlando di silenzio assoluto, ma di tranquillità, di pace, di rispetto. Stamane il buon Andrea è partito con il tosaerba mentre ancora regnava la calma. Poi è arrivato il camion delle verdure e, con gran fracasso, gli operai hanno scaricato casse e cassette per caricarle sui carrelli e arrivare all’ascensore della cucina dopo avere attraversato tutto il piazzale tra vibrazioni, cigolii e invocazioni varie. Sembrava di essere al mercato. D’altronde anche papà Ernesto mette in moto la sua 500 Abarth del 1971 alle otto del mattino, schiaccia due, tre volte l’acceleratore per poi partire a razzo, nemmeno fosse uno sputnik russo.
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