Click click click e ancora click

Click click click e ancora click

La mania di scattare foto invece di vivere il momento consapevolmente.

“Guarda mamma, un fungo!” “Dai prendilo in mano che facciamo una foto. Ecco, bravo cosi.” Clic Clic Clic. “Eccone un altro, è rosso con i punti. Sembra quello delle fiabe. Dai staccalo, che facciamo una foto.” Clic Clic Clic. “Che bella montagna, sembra un dipinto, dai mettiti davanti che facciamo una foto.” “Uh, guarda la chiesetta con il campanile a cipolla, sembra il calendario di Frate Indovino, dai un selfie.” “Che bel tramonto, facciamoci una foto subito.” E via a ritrovare funghi spaccati nei boschi e via a un’infinità di scatti insignificanti, dalla consistenza di un enorme vento di immagini in astratto, che la realtà sta a guardare stupefatta da tanta superficialità umana.

Nella ricorrente illusoria psicopatologia collettiva dell’immagazzinare quel che si vede, che va avanti ormai da un po’ di tempo, sembra non sia tanto importante il ricordo di un bel momento, ma il pensare di riuscire a rivivere in un momento altro quello stesso momento, e che contemplarlo in diretta non sia che una perdita di tempo. Perdere il momento con l’illusione che quel momento si possa rivivere. Ma se quel momento non lo viviamo, ma lo scattiamo solo, non converrebbe fare una foto alla foto? E poi dove vanno a finire tutte queste immagini, una volta condivise con amici, morosi, amanti, zie, fratelli, mammà e papà? In un dimenticatoio vuoto, vuoto come tante esistenze ormai codificate da comportamenti tutti uguali, uguali alle foto che si scattano. L’abuso di foto sta brutalizzando la nostra umanità, rendendoci automi inebetiti e insensibili, assuefatti al cliccare imperterrito sulla tastiera del telefonino.

Tempo fa, molto tempo fa, quando me ne andavo a camminare in alto, avevo sempre il mio marsupio con la macchina fotografica dentro. Quando notavo qualcosa di interessante mi fermavo, aprivo la cerniera, toglievo la macchina, scoprivo l’obiettivo e scattavo la foto. E la rimettevo via. Era un’operazione che costava del tempo, e quindi si cercava il momento, il punto, l’oggetto, la luce giusta per scattare. Mai avuto velleità alla Man Ray o alla Helmut Newton, ma un minimo di attenzione ce la mettevo.

Bagno Vignoni, estate 2018: un pullman di asiatici fa tappa nel delizioso borgo. Scendono in fretta, armati di macchina fotografica – e di questi tempi non è poco, visto che la maggior parte delle persone ha in mano il telefonino – fanno clic clic clic, non si guardano nemmeno intorno, cliccano ancora e fuggono. Via, alla prossima meta fotografica. Qualche giorno fa è uscito un articolo negli Stati Uniti: 36 ore nelle Dolomiti. Le 10 cose da non perdere. In 36 ore!! E nelle successive 12 magari si può visitare Venezia, Firenze e Roma.

E che dire dello scatto dei piatti che si mangiano? Tutto da condividere sui social, è uso corrente. Ma che scatole ste foto. Non fatemi più vedere le foto sui telefonini. Se proprio ci tenete stampatele e me le guarderò.

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