2 Luglio 2020

Crescere un albero?

Di michilcosta

“Non si dice piantare un albero, si dice crescere un albero”. Mi mette subito in riga il buon Lucio Brotto socio fondatore di Etifor, spin-off dell’Università di Padova che offre consulenza a enti e aziende per la valorizzazione dei servizi e dei prodotti della natura. 

Brotto e i suoi ragazzi non si occupano solo di piantare, ops, di coltivare alberi. Queste splendide persone hanno un progetto più ambizioso: ripristinare l’equilibrio uomo-natura. D’altronde, come già diceva il primo ambientalista del mondo: ecologia è soprattutto metodo. Ed è con metodo, rigore, creatività che Etifor, Alta Badia, Maratona dles Dolomites e WaldPlus insieme hanno dato vita a un progetto di riforestazione di un’area boschiva intorno al Campolongo in Val Badia. Ma andiamo con ordine.

Siamo a fine ottobre 2018 quando la tempesta Vaia spezza, sradica, distrugge migliaia e migliaia di larici secolari, slanciati abeti e maestosi cirmoli. Il vento spazza quelle piante apparentemente indistruttibili come stuzzicadenti; è il suono, il rumore impressionate, il grido disperato di quegli alberi a rimanere indelebile in chi ha vissuto da vicino quei tragici minuti. Ebbene sì, quel giorno la crisi climatica ha mostrato i denti.

Vaia non è nient’altro che uno dei tanti, troppi e inascoltati eventi metereologici, espressione di un clima impazzito. “Ma i pazzi siete voi”, canta De Gregori nella sua “Alice”. I pazzi siamo noi e non il clima, incapaci di ascoltare i moniti di Pachamama, nostra Madre: un bosco abbattuto come quello del Campolongo, grande più di venti campi da calcio messi insieme, equivale al taglio netto di un nostro dito. Deforestando il Congo, il sud est asiatico o l’Amazzonia, ci tagliamo la gola. Con la distruzione dell’ambiente stiamo perpetuando un disastro umano, ci stiamo uccidendo da soli. “Le persone perfette non combattono, non mentono, commettono errori e non esistono”. È sempre Aristotele che parla, l’ambientalista ante litteram che ho citato all’inizio. E se provassimo a migliorare?

È l’11 giugno, siamo al Campolongo con Brotto. Prendo in mano quel delicato larice, lo accarezzo, è mingherlino, sembra così debole. Scavo un piccolo buco, ben attento a non danneggiare l’equiseto e nemmeno le delicate foglie di una piccola ortica lì accanto. Lo sento come un atto d’amore. E ancora mi sovviene l’amato filosofo – o forse lo scambio con John Lennon, o Allen Ginsberg, o il Dalai lama, o Papa Francesco? – che sembra aver detto: “se sulla terra prevalesse l’amore, tutte le leggi sarebbero superflue”. Del piccolo albero tra le mie mani mi sento l’angelo tutelare. Mentre lo pianto, pardon, lo cresco, avverto l’idea della precarietà della vita. Quando ero giovane, da queste parti si faceva la festa degli alberi, ora credo sia stata un po’ dimenticata. Non sarebbe una cattiva idea riprenderla. Sto crescendo un albero. L’azione che sto compiendo ha alle radici, è proprio il caso di dirlo, un concetto di valore che non è affatto simbolico, quanto concreto, tangibile, importante. È il valore di un’azione che si basa su metodi scientifici, etici e d’innovazione.

Grazie al progetto Wow Nature, ora la possibilità è non solo di acquistare un alberello, ma di avere la certezza attraverso un metodo certificato, di vederlo crescere. Più alberi crescono, più la speranza prende una forma tangibile che profuma di pigna, di resina, di vita. Una speranza che è fiducia nell’uomo, un’ipoteca su un domani buono. Richiamando la sua Laudato Si, Papa Francesco sovente parla di lotta a deforestazione e desertificazione, ribadendo che la speranza si deve accompagnare a un impegno concreto per arginare “tutte le situazioni di ingiustizia e degrado che fanno soffrire l’umanità”. 

Spero che cresca forte e sano il mio larice e verrà il momento, mi auguro, che i nipoti possano assomigliarli: dritti, fermi, ben piantati al terreno ma con la capacità di crescere e mutare col variare delle stagioni. Sì, perché quell’albero a sua volta farà da angelo tutelare ai pronipoti e a tutti coloro che verranno. Mi sento fiero e felice di aver contribuito a una nuova vita del bosco e a tutto ciò che gravita intorno a una foresta. Ora, la domanda che vi farete è: ma come si chiama quell’alberello? Aristotele, naturalmente.  

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